| Mozart scrisse ventisette concerti per pianoforte: venticinque per un solo pianoforte, uno per due pianoforti e uno per tre pianoforti. La forma del concerto non fu inventata da Mozart, ma egli la sviluppò grandemente, togliendo alla tastiera il semplice ruolo di continuo, affidandolo all'orchestra nel suo complesso. Nel Quinto concerto brandeburghese di Bach, che venne scritto quarant'anni prima della nascita di Mozart, si rileva un primissimo tentativo di attribuire alla tastiera un ruolo di solista all'interno di un gruppo di strumenti. Nei manoscritti che ci sono pervenuti si trovano indizi del fatto che Mozart abbandonò del tutto il ruolo del solista come continuo: nei passaggi orchestrali, infatti, la tradizionale funzione della tastiera è svolta da un contrabbasso. Ciò suggerisce anche che quando Mozart suonava personalmente era solito dirigere l'orchestra dalla tastiera.
I primi quattro concerti per pianoforte, risalenti al 1767, non sono composizioni originali, ma adattamenti di sonate di Raupach e Honauer. Il primo "vero" concerto di Mozart (il n. 5 in re maggiore, KV 175) venne composto sette anni più tardi, nel dicembre 1773. Come la maggior parte dei concerti scritti a Salisburgo, è deliziosamente lieve e leggero. Il cosiddetto "gruppo di Salisburgo" (nn. 6-9, KV 238, KV 242, KV 246 e KV 271) risale agli anni 1776-1777 e comprende i primi concerti composto per particolari persone: ad esempio il n. 7 (KV 242) è un concerto per tre pianoforti dedicato alla contessa Lodron e alle sue due figlie (la semplicità della parte affidata ad uno dei pianoforti rivela che la figlia più giovane non era ancora molto abile a suonare), mentre il n. 9 (KV 271) è un concerto scritto per Mademoiselle Jeunehomme. Quest'ultimo segna il passaggio di Mozart alla maturità e anticipa il suo stile successivo. L'ultimo concerto che venne scritto a Salisburgo era per due pianoforti (n. 10, KV 365) ed era destinato ad essere eseguito da Mozart stesso e dalla sorella Nannerl.
La maggior parte dei concerti per pianoforte fu scritta in inverno: i concerti, o "accademie", per cui queste composizioni erano scritte, si tenevano invariabilmente in inverno, e soprattutto durante la Quaresima, quando per precetto religioso i teatri erano chiusi e non c'era altro divertimento. Alcuni concerti erano finanziati da società musicali e all'esecutore spettava una parte considerevole dei profitti. Mozart eseguì dei concerti anche in occasione di spettacoli privati, organizzati in casa di persone aristocratiche, sebbene questi non fossero ritenuti una buona fonte di guadagno giacché i nobili erano soliti ricompensare i musicisti con orologi o ciondoli, piuttosto che con denaro sonante. La forma più redditizia di concerto durante il periodo quaresimale era il concerto con pubblica sottoscrizione: i vari protettori pagavano in anticipo una somma fissa per tutta la stagione, a prescindere dal fatto che poi avrebbero assistito o meno ai concerti. Con i soldi raccolti si pagavano l'affitto di una sala, l'illuminazione, il riscaldamento e i compensi per gli orchestrali. Quello che rimaneva era il guadagno di Mozart.
Durante gli anni viennesi, il reddito derivato dalle sottoscrizioni crebbe assai sino alla stagione 1785-1786. Dopo diminuì spaventosamente. In tali concerti la parte del solista era solitamente svolta da Mozart stesso: ma quando il concerto era scritto appositamente per un singolo mecenate, questi si aspettava che la parte del solista fosse scritta su misura per lui e per le sue capacità e inoltre reclamava diritti di proprietà sul "suo" concerto. Dato che i concerti erano scritti per le stagioni musicali, Mozart tendeva a comporli a gruppi. Infatti, quindici concerti furono scritti in soli quattro inverni e tutti i concerti dopo il n. 11 (KV 413) vennero composti dopo che Mozart ebbe lasciato Salisburgo.
Fino al suo trasferimento a Vienna, avvenuto nel 1781, Mozart utilizzò l'orchestrazione "napoletana": egli compose per un'orchestra di violini primi, violini secondi, viole e violoncelli più oboi e corni (tranne che nel concerto n. 5, KV 175, dove aggiunse trombe e timpani). Nei concerti successivi Mozart usò regolarmente le trombe, i flauti e i fagotti e anche, in tre casi, i clarinetti. L'orchestrazione "napoletana" conferisce naturalmente una posizione dominante al suono degli archi e permette una scarsa variazione della tonalità: essa era in parte dovuta alla disponibilità di orchestrali; ma essa dimostra anche il grande influsso esercitato sulla forma del concerto da compositori italiani come Vivaldi, Torelli e Boccherini. Una volta che ebbe a disposizione orchestre più ampie e che poté sfruttare strumenti a fiato perfezionati dalle nuove tecniche, Mozart rivelò la sua abilità nell'esibire una straordinaria varietà di tonalità (come si può sentire nell'uso dei clarinetti nei concerti nn. 22 (KV 482), 23 (KV 488) e 24 (KV 491) e nell'effetto realizzato con l'uso dei fiati nell'ultimo concerto (KV 595).
Soprattutto dopo essersi trasferito a Vienna, Mozart avvertì che i suoi concerti dovevano trovare un punto di equilibrio. Poiché erano una preziosa fonte di reddito, era importante assecondare il gusto del pubblico e scrivere musica godibile. A proposito dei primi concerti viennesi (nn. 11-13, KV 413, KV 414 e KV 415), Mozart scrisse a suo padre: "I concerti sono una felice via di mezzo tra il troppo difficile e il troppo facile. Sono molto brillanti e piacevoli ad ascoltarsi, ma qua e là ci sono cose che solo gli intenditori possono apprezzare".
Con la serie successiva, invece, Mozart cominciò a scrivere più per la propria soddisfazione, per l'"intenditore" che era in lui. Il concerto n. 14 (KV 449) è un'opera per un'orchestra più piccola di quella degli altri concerti contemporanei (nn. 15-17, KV 450, KV 451 e KV 453): in tal modo esso poteva essere suonato, con archi, oboi e corni, nello spazio limitato della casa von Ployer. Teoricamente gli strumenti a fiato non fanno altro che raddoppiare le parti affidate agli archi: ma i suoni dei fiati, così come i toni dell'oboe nel suo registro più alto, conferiscono alla musica una particolare coloritura. E c'è pure una certa ambiguità tonale nel tema di apertura che anticipa le opere più tarde di Mozart. I due concerti successivi, che Mozart scrisse e tenne per suo uso personale, si segnalano per una nuova qualità che si potrebbe chiamare 'introspezione'. "Io stimo questi due concerti giacché sono lavori che mi fanno sudare", scrisse Mozart a suo padre. E certamente non sono poveri di passaggi virtuosistici. Fin dall'inizio del concerto KV 450, con il dialogo tra gli archi e i fiati e con l'utilizzo del pizzicato degli archi contrapposto alle frasi dei fiati, si manifesta un nuovo modo di trattare l'orchestra nel concerto che lo rende simile ad una sinfonia. Anche se questi concerti riscossero un successo considerevole, vi si possono già intravvedere le ragioni che portarono all'impopolarità di Mozart presso il grande pubblico viennese, come mise in luce una recensione del 1789: "La musica di Mozart non fa più impressione sul pubblico. Essa è destinata all'intenditore, che sa apprezzare le sue raffinatezze, piuttosto che al dilettante, che giudica solamente alla prima impressione".
La serie dei grandi concerti comincia con il n. 18 in si bemolle maggiore (KV 456). Questi ultimi concerti non sono riuniti in gruppi, anche se i nn. 22, 23 e 24 (KV 482, KV 488 e KV 491) furono composti nell'inverno 1785-1786, la stagione in cui i profitti di Mozart conobbero la prima crisi. È probabile che i primi due di questi concerti abbiano conosciuto un certo successo: entrambi sono composizioni aperte e solari, con una bella invenzione melodica. Ma il n. 24 (KV 491), uno dei più grandi concerti di Mozart, è un lavoro così complesso e introverso che un pubblico amante delle cose semplici non sarebbe certo in grado di apprezzarlo. Questi tre concerti fanno tutti uso dei clarinetti; gli ultimi tre concerti no. Anche il concerto n. 25 in do maggiore (KV 503) è del 1786, e quest'anno segna l'ultimo grande periodo in cui Mozart scrisse concerti. Il penultimo concerto (n. 26, KV 537) fu composto due anni dopo: la sua esecuzione avvenne nel 1790 e gli guadagnò l'appellativo di "Krönungskonzert", giacché Mozart volle suonarlo, assieme al concerto n. 19 (KV 459), in occasione dell'incoronazione del nuovo imperatore, Leopoldo II. L'ultimo concerto, n. 27 in si bemolle maggiore (KV 595), che molti ritengono il più bel concerto per pianoforte che sia mai stato scritto, è stato spesso interpretato come se Mozart lo avesse composto nella consapevolezza della morte imminente.
Mozart non inventò la forma del concerto per pianoforte, ma la plasmò in modo da renderla simile a quella sinfonica. Senza il suo intervento, che valorizzò il dialogo tra solista e orchestra, la storia della musica sarebbe stata molto diversa. |